Lady Sovereign al MusicDrome di Milano!
Con anni luce di chiaroveggenza avevo già previsto il botto del (cit) folletto inglese dell'hip hop, un metro e cinquanta e tanta passione, parafrasando certe perifrasi dense di significati che si trovano sull'interwebs.
Ma andiamo con ordine. Sull'onda di Public Warning (2005), pregevolissimo esempio di grime che non fa addormentare i più (a differenza, che so, di The Streets), è uscito quest'anno Jigsaw, il secondo lavoro in studio di Lady SOV che sta già sbancando il botteghino e impazza sul web, è caos. Tutto molto bello, se non fosse che l'album in sé è somewhat disappointing. A Sergio Zanotti non piace la sterzata elettronica troppo Anni '80, direbbe il mio profilo di Hatebook. Peccato: parte bene, raggiunge l'apice con il singolo riempipista So Human (anche se, ho scoperto questa informazione incredibilerrima e molto molto riservata, è un plagio musicale dei copywrights della dicotomia idea/espressione di una canzona dei The Cures 75. The number-band-thing, is out), rallenta per benino con la traccia eponima (Jigsaw, cicca bum) e poi strasvacca terribilmente. Il mio palato non è abbastanza fine. Per farmi piacere certe basi al limite del chiptune devo prima farmi crescere una frangetta e cominciare ad andare più spesso in Ticinella.
Quindi pollice giù (medio giù, via). Purtroppo, aggiungerei, perché, come dicevo, Public Warning era non solo su un altro livello: era proprio un altro genere. E non solo perché in Those Were The Days, nostalgico quinto (!) singolo estratto, Lady SOV tematizza sia testualmente ("We played the first Mortal Kombat on the Sega") che musicalmente la sua gioventude e quindi i mid-Nineties (quantomeno l'hip hop) (affermazione assolutamente non wikificata). Ma anche perché la ragazza mostrava al meglio tutto il suo flusso, oltre a dimostrare che non aveva per niente la musta da instrusa.
Passando al live. Cercherò di non incaponirmi troppo sul verdadero escandalo juridico di diciassette euro e venticinque prevendita inclusa per un concerto di 45 minuti, più dj set di DJ Patonza, che avrà tecnica a 300, scratcherà da spavento e, ok, andrà pure a tempo, ma dopo 15 minuti chissene. Ok, come spalla c'era Nesli, il fratello minore migliore minore di Fabri Fibra, che ci mette un sacco di impegno a non somigliare a Fabrizio Fibrazio nonostante delle basi bigfishiane e un backvocalist leggermente sopra le righe (ma mai come l'r'n'b di Resho & Mastrobeat). In definitiva stranamente non malaccio, anche se sembrava si fosse portato la claque da casa, ma che dico, dalla classe delle superiori.
Incidentalmente, cercherò anche di non incaponirmi sul perché nel locale facesse un freddo da gelare le chiappe: finalmente ho capito come fanno i bibboy a stare sul palco tanto a lungo col bomberino e la berretta senza mai sudare. Ma non ho capito qual è la causa e qual è l'effetto.
Lady Sovereign invece ha fatto il suo ingresso con una delle sue classiche mise da antologia, tuta adidas di ordinanza inclusa. Ma niente hoodie (peccato), e soprattutto niente codino laterale che l'ha resa tanto celebre e fa bagnare i fieri b-boyz di mezza Europa (con grande scorno di 2-3-4 fan che per l'occasione si erano acconciate accussì).
Tracklist equanimamente divisa tra Public Warning e Jigsaw, SOV smanaccia, saltella, si-toglie-si-mette gli occhiali a specchio, azzarda un paio di mossette sexy (tipo passarsi una mano fra le coscette, o palparsi con voluttà il luogo ove normalmente risiede il seno femminile), singalonga (italianizzazione di sing along, gh) sbracata fra il pubblico. Insomma, si canticchia, si ballicchia, ci si diverte, bella presenza, bella lì.
Fra una canzone e l'altra cerca di craccare un gioco o due ma il cockney accent condito da qualche rutto e sputazzo sul palco ha reso molto ardua la comunicazione. Questo però non ha tenuto a bada uno che con ogni probablità era il suo stalker privato: non vedevo una simile esagitazione dai tempi di quei due energumeni che, superandomi a suon di spallate, hanno passato un'ora a urlare "Franceeeee'! Franceeeee'! Guarda accàààà!" durante il live di Frankie a Orzinuovi nel 2004.
Purtroppo, tutto dura molto poco, come dicevo. Probabilmente, causa un'affluenza che, dai tempi dei Suicide Machines al Motion di Zingonia, setta nuovi standard nel campo del sentirsi in imbarazzo a un live per la poca gente che c'è, la cara Lady Sovereign dopo un po' si dev'essere smaronata di vedere un pubblico che non raggiungeva abbondantemente la tripla cifra, mediamente ciondolante al ritmo dei suoi graffianti beats garage e muri di mattoncini sonori (mattoncini Lego) e massimamente ignaro dei testi delle canzoni (io in testa. Ma vorrei vedervi voi a seguire questa).
Il pochissimo pubblico è onestamente una cosa di cui non mi capacito: pensavo che almeno i bimbiminkia à la MTV accorressero in massa. E in effetti alcuni sono accorsi, come prova la presenza di qualche sparuta mamma punk che cercava di corrompere la security per poter sfumacchiare nel locale. Ma, in generale mi chiedo, dove ho sbagliato in questa arguta previsione? E pensa te quei fessi che si sono pure pigliati i biglietti in prevendita alla FNAC ("un biglietto per il live di Lady Sovereign" "LadyChi?" "Fa niente, Lady Gaga"). Si vede che i concerti il mercoledì sera non arrapano tanto, chissà. Fatto sta che alle 11 e 30 pm, che sarebbero le ventitré e trenta ora italiana, che sarebbe giusto un po' più tardi di quando Frankie iniziò il live di cui sopra, tutto spento e ciao. Smorzato sul nascere anche il tentato DJ set di chiusura, anche se c'è stato il tempo di un remix dei Rage Against the Machine, là, così. Tzè. Altro che a casa all'una di notte.
PS: un grazie al tizio che è venuto fin su dalla Vallecamonica per vedersi il concerto. Un botto di ore di viaggio in corsia di sorpasso fisso a centottanta. E chi mi ha pure gentilmente riportato chez moi. Parcheggio e freno a mano come 'na liberazione, direbbe qualcuno.





LOL